Uniqlo e Twitter: accoppiata very #lucky!

Sempre seguendo il tema del post precedente, ovvero esempi reali in cui la strategia di marketing utilizzata dall’azienda è stata un successo inaspettato, oggi propongo il caso Uniqlo-Twitter.

Uniqlo, azienda che produce e vende abbigliamento, ha lanciato in Inghilterra un’operazione attraverso Twitter, con l’obiettivo di valorizzare il suo e-commerce, creare engagement e passaparola, coinvolgere le persona in maniera innovativa e far diventare popolare Uniqlo nei trends di Twitter. Se aumentano i trends si entra in un circolo virtuoso che alza l’awareness della marca, il numero di follower, le visite al sito e via dicendo.

L’idea era partita dopo il lancio di un sito web, gestito da Uniqlo, che presentava una selezione di 10 articoli di abbigliamento.

Uniqlo_twitter

 Cliccando su uno di questi capi, in automatico si apriva Twitter, con un messaggio pre-impostato e un apposito hastag #luckycounters. Ogni volta che qualche utente inviava tale tweet, il prezzo del capo calava. In sostanza a furia di cinguettare, si poteva addirittura far ridurre il prezzo del capo tra il 50 e il 60% (acquistabile solo online e solo 100 capi per tipologia).

Al termine di tale iniziativa social, Uniqlo ha raggiunto i 5.000 followers su Twitter; il risultato principale però va misurato attraverso la visibilità che ha avuto ovunque nel mondo, blogger e siti hanno parlato di tale iniziativa creando ulteriore passaparola, l’awareness legata al brand, il ranking nei motori di ricerca, che è migliorato, e la forza di aver utilizzato per primi uno strumento come Twitter legandolo all’e-commerce.

Nel caso appena mostrato, la strategia di comunicazione e marketing, messa in atto dall’azienda attraverso Twitter, ha cercato di andare in una direzione diversa da quella che solitamente viene utilizzata nel social, cioè fare solo leva sulle possibilità di relazione e conversazione.

Facendo attivare i consumatori, Uniqlo ha puntato sul passaparola positivo creato grazie all’ingaggio di ogni utente che, vedendo i 10 capi selezionati, twittava il messaggio con l’hastag #luckycounters. L’azienda è riuscita a creare movimento intorno al suo marchio senza limitarsi all’ascolto passivo delle conversazioni online su Twitter, ma proponendo contenuto attivo, tale da toccare la componente emozionale che caratterizza il CBE e che riesce a coinvolgere i consumatori.

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Kotex e la strategia su Pinterest. Engagement assicurato!

Ci arrivo tardi, ma ci arrivo. Grazie a Macs, il solito mentore che ho menzionato molte volte (allitterazione uau!) ho scoperto questa iniziativa, ormai datata ma secondo me molto geniale e che forse pochi conoscono, dato che, a mio avviso, Pinterest non viene sfruttato ancora così tanto come potrebbe!

Kotex, azienda di pro­dotti per l’igiene fem­mi­nile di proprietà Kimberly-Clark, assieme ad un’agenzia israe­liana, Smoyz, ha pro­po­sto, a inizio 2012, un con­test su Pin­te­rest da cui è nato un video che ha fatto il giro del mondo: il “Women Inspi­ra­tion Day”.

kotex

I creativi di Smoyz hanno osservato e studiato le board di migliaia di donne sulla piattaforma selezionandone 50, che sarebbero diventate poi mezzo stesso per l’attuazione della campagna. Una volta selezionate queste 50 donne, sono state analizzate le loro board cercando di scoprire cosa le ispirasse, dopo di che il brand ha creato singolarmente dei pacchi dono personalizzati con i prodotti che desideravano decorandoli con stili diversi che catturassero l’attenzione della donna che lo riceveva. Le 50 utenti selezionate per ricevere i pacchi non hanno dovuto far altro che repinnare l’invito di Kotex, ovvero pinnare nella bacheca personale o in quella del brand alcune foto e immagini del pacco ricevuto.

I numeri che sono nati da tale iniziativa parlano chiaro: 50 pac­chi spe­diti, 2284 inte­ra­zioni e quasi 695 mila impression. L’esperimento è stato dunque un enorme successo, un buzz (passparola) che ha poi coinvolto diverse altre piattaforme come Facebook e Twitter, senza contare il traffico generato sui siti del brand.

L’utilizzo per la produzione di un regalo di stampo “sartoriale” e ritagliato proprio sull’utente, è veramente geniale; la strategia incredibilmente adatta e perspicace per sfruttare al meglio le peculiarità di Pinterest, come la naturale predilezione del genere femminile per la piattaforma (circa il 68% dei suoi utenti sono donne).

Social strategy in rete, come cosa quando perché!

Riprendiamo il filone dei due post precedenti, riguardo al brand engagement e alla differenza tra social media e social network. Non so se avevate capito, sono parte della mia tesi, ecco perché sono così social media focused ultimamente 🙂

Cosa deve fare un’azienda che vuole essere “social”?

Innanzitutto deve prevedere una strategia e pianificare le proprie mosse. È necessario adottare un approccio consapevole e riflessivo in modo tale da poter sfruttare tutte le opportunità offerte dai social media. Utilizzare la pianificazione strategica per lo sviluppo di strategie adatte ai social media che supportano gli obiettivi che il brand si è prefissato di raggiungere, sia in termini di comunicazione che di marketing aziendale. Inoltre deve conoscere esattamente a chi si vuole rivolgere, quali sono i target di riferimento e quali reti di social media sono le più adatte per creare relazione con il target stabilito. In seconda battuta deve pensare al contenuto, che ha sicuramente un appeal decisamente alto quando si parla di social media. Infatti il brand ha una sola opportunità di fare colpo sul cliente, se il messaggio non è abbastanza coinvolgente o non colpisce, allora il consumatore non condividerà tale messaggio ma neanche tornerà a guardare così volontariamente la pagina del brand. Portare le persone a condividere contenuti non accade per caso. È necessario creare messaggi incisivi e che ispirino il pensiero e l’azione attraverso un contenuto ben sviluppato e adatto al social media. I messaggi del brand devono raccontare storie che parlino del brand stesso, che portino in maniera significativa le persone a voler condividere tale contenuto con i suoi amici, follower. L’errore più comune che si possa fare è quello di pensare ai social media come luogo di vendita dei prodotti. Spingendo la comunicazione sui social media in quella direzione non si arriva a nulla e si finisce solo per azzerare il traffico di contatti in Rete. Bisogna invece riuscire a pensare a quali informazioni potrebbero essere le più apprezzate dai potenziali clienti, quali potrebbero essere loro utili o di beneficio, così facendo il brand riesce a creare relazioni durature e forti che porteranno alla nascita di engagement stabile e duraturo. Con i mezzi di comunicazione sociale, i brand in Rete dovrebbero cercare di “ispirare” le persone, per contribuire a creare comprensione, dialogo e quindi fiducia.

Il brand che vuole creare CBE in Rete, deve essere in grado di favorire l’interazione ed essere pronto ad ascoltare ciò che il consumatore ha da dire. Il brand deve anche riuscire a rendersi conto che ascoltare direttamente la voce del cliente è un’importantissima opportunità di crescita: i social media sono forum per connettersi con potenziali clienti e ricevere feedback, positivi e negativi, che possono essere utilizzati per migliorare la qualità dei prodotti, sempre aggiornati e di migliorare il servizio clienti. Inoltre, dopo la nascita dei nuovi media digitali, la quantità di consumatori che si connettono attraverso dispositivi mobili e smartphone è impressionante; la condivisione attraverso i social media è una attività che viene svolta 24 su 24 7 giorni su 7, i clienti commentano, condividono e interagiscono giorno e notte.

(Su questo testo come su gli altri in cui specifico che sono parte della mia Tesi, per favore vi chiedo la gentilezza di non fare copia incolla spudorato ma per lo meno di chiedermi il “permesso” come vuole la legge non scritta del bravo social blogger ;)! )

Engagement attraverso i social media, social network? Si può, eccome!!

Cosa possono offrire i nuovi media digitali alle aziende che vogliono creare consumer-brand engagement (CBE) in Rete? Come possono essere sfruttati i nuovi media per creare relazioni durature con il consumatore che portino poi a fedeltà ed engagement?

Come ho detto anche nel post precedente, la natura stessa di social media e social network è quella di creare condivisione, interesse, dialogo, interazione e che quindi non c’è media migliore per il brand che vuole cercare di instaurare relazioni stabili con il consumatore. Inoltre le statistiche mostrano che circa il 75 per cento delle persone è propensa a condividere in Rete, con i propri amici, colleghi e familiari, i contenuti che vengono ritenuti in linea con i propri valori e pensieri. Quindi non solo questi strumenti permettono di costruire una relazione stabile per il solo fatto di avere determinate caratteristiche, ma vengono anche molto apprezzati ed usati da tutto il mondo dei consumatori, che conoscendo il valore aggiuntivo di tali media li sfrutta a pieno. L’attività che porta alla nascita di CBE in Rete non è altro che un particolare word-of-mouth (passaparola) alimentato dalla tecnologia offerta dai nuovi media.

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Utilizzando i social media in modo efficace dunque il brand potrà aumentare la sua presenza in Rete e creare una comunità sociale ottimale per farsi conoscere nel mercato e stabilire relazioni forti. Essere “social” attraverso Facebook, YouTube, Twitter, Pinterest e altri siti dovrebbe essere parte della strategia di marketing e comunicazione di ogni azienda che davvero vuole essere competitiva nel presente e nel futuro. Per creare una buona strategia però ci vuole bene attenta pianificazione, è necessario creare contenuti coinvolgenti, mantenere il contatto con i vostri destinatari in maniera regolare e costante, capire su quale social network è meglio essere presenti e in che modo. L’aspetto più importante è sicuramente avere la capacità di creare relazioni con le persone e intrattenere conversazioni con esse. La strategia di comunicazione attraverso i social media deve essere necessariamente indirizzata verso la scoperta di informazioni e la condivisione; ogni interazione che si cerca di creare attraverso i social media ha il potenziale per raggiungere molte persone nuove, ecco un altro motivo per cui essere “social” e fare comunicazione “social” è così importante per un’azienda che vuole essere competitiva. I social media, infatti, contribuiscono a diffondere il messaggio, la personalità del brand e attrarre nuovo pubblico, sia attraverso la comunicazione diretta del brand sia attraverso il passaparola fatto dagli altri utenti della Rete in comunicazione tra di loro.
Le conseguenze della presenza in Rete del brand sono quindi enormi, e tutte contribuiscono a far sviluppare il CBE. Utilizzando i social media in modo coerente infatti il brand potrà essere in gradi di mostrare ai clienti la direzione in cui sta andando il brand, che cosa sta facendo e cosa può fare per loro; dare informazioni in merito alle offerte promozionali, che, se verranno condivise dall’utente, aiuteranno il brand ad ottenere ulteriori potenziali acquirenti; fornire un ottimo servizio clienti, ascoltando e rispondendo a ciò che i clienti hanno da dire sul brand e per il brand; la costruzione di una relazione più profonda attraverso la quale i clienti potranno conoscere e supportare l’azienda e quindi costruire CBE.

 

(Su questo testo come su gli altri in cui specifico che sono parte della mia Tesi, per favore vi chiedo la gentilezza di non fare copia incolla spudorato ma per lo meno di chiedermi il “permesso” come vuole la legge non scritta del bravo social blogger ;)! )

Social media o Social Network?

Sono sparita per un pò ma per una giusta causa, anzi due. La prima è l’università, ho dato quattro esami e sto scrivendo la tesi, mi sto concedendo un po’ di tempo per fare entrambi fatti come si deve! La seconda causa, quella più divertente è che sono stata a Cesenatico a fare un GymCamp, da allentarice però!

Beh ma non siamo qui a raccontare i fatti miei, anche se in questo caso centrano. Eh si, perchè una notte, presa da un attacco di tesi profonda ho iniziato a pensare alla differenza tra social media e social network. Non venendone a capo ho deciso di chiedere aiuto ai guru del web, in questo caso ho chiesto alle social gnock, un bel gruppetto di donne che sono sempre pronte ad aiutare.

Ecco cosa ne è uscito. N.B. è un pezzettino della mia tesi, quindi per favore prima di copiare spudoratamente chiedetemi il permesso grazie 🙂

 

Entriamo nel dettaglio e cerchiamo di capire la differenza tra i due termini utilizzando la definizione di Andreas Kaplan e Michael Haenlein presente in un articolo uscito nel 2009: i social media sono “un gruppo di applicazioni basate sul web e costruite sui paradigmi (tecnologici ed ideologici) del web 2.0 che permettono lo scambio e la creazione di contenuti generati dagli utenti.” Altre definizioni ampliano il concetto e affermano che i social media fanno riferimento al concetto di stile Web 2.0 e consistono in attività, pratiche e comportamenti tra le comunità di persone che vanno online per condividere contenuti, informazioni, esperienze e per dialogare tra di loro, con i brand e con le aziende. Dunque i social media sono un modo per condividere contenuti con un vasto pubblico, un veicolo per condividere le informazioni con la nostra community: ciò che rende possibile l’interazione con gli altri. Esistono sei tipologie di social media (Kaplan e Haenlein):

– Blog e microblog (es:Twitter)

– Siti di social networking (es:Facebook)

– Mondi virtuali di gioco (es: World of Warcraft)

– Mondi virtuali sociali (es: SecondLife)

– Progetti collaborativi (es: Wikipedia)

SocialMediaLandscape

– Content communities (community che condividono materiale multimediale, es:Youtube)

Secondo Kaplan e Haenlein i social media possono assumere forme differenti e possono essere classificati in base a due macro criteri: la presenza social e ricchezza media e ai processi sociali con i quali sono generati i contenuti.

Oggi, dato che lo scenario è in costante e continua evoluzione, il contesto dei social media è ben raffigurato dalla figura 12 pubblicata dal blogger francese Fred Cavazza.

 

 

 

I social network sono invece “lo strumento attraverso il quale poter condividere e dialogare” (Peretti 2011). La “rete sociale” nasce tra le scienze sociali come concetto teorico usato per descrivere le relazioni tra individui, gruppi e organizzazioni. Più semplicemente i social network rappresentano un reticolo di persone unite tra loro da interessi di varia natura, un ambiente web dove le persone con un interesse o un bisogno comune, si riuniscono per comunicare, incontrarsi e condividere informazioni. Possiamo affermare che i social network sono parte dei social media, sono un loro sottoinsieme. Per la precisione sono uno degli strumenti che l’azienda può utilizzare per attuare una strategia di presenza sui social media. I social network più diffusi nel mondo sono:

– MySpace, il primo social network di successo, nato nel 2003;

– Facebook, 2004, oggi è il più importante fenomeno di tutti i tempi, che ha raggiunto oltre 200 milioni di utenti in meno di un anno;

– Linkedin, lanciato nel 2003 con l’obiettivo di creare un network di professionisti che potessero scambiarsi curriculum e competenze, è oggi un potente strumento di ricerca del lavoro sia da parte di aziende che di candidati.

Semplificando possiamo dire che i social network sono le relazioni sociali di cui si fa parte, la nostra rete di contatti, mentre i social media sono gli strumenti che ci permettono di ampliare tale rete grazie alla condivisione di contenuti.

Storytelling, why not?

macs

Oggi abbiamo l’onore di avere con noi un mago dello storytelling, Massimo, che si occupa di comunicazione e marketing per le micro-imprese e i professionisti, con una forte inclinazione allo storytelling di impresa.

Ho chiesto a lui qualche dritta in merito, chi meglio di lui? Ecco quali sono le sue risposte, arrivate celeri e precise!

Da quando ho approcciato alla narrazione di impresa ho capito che esistono questioni oggettive e questioni soggettive. Per le prime vi rimando al fondo di questa intervista (le fonti da cui imparare…). Per le seconde rispondo alle domande di Chiara in modo personale, ampliabile e, spero, condivisibile…

Cos’è lo storytelling?
Non so quanti di voi abbiano visto il film Big Fish. All’interno di esso (e anche nel trailer) c’è una frase che mi ha colpito e che, senza conoscerla, applico già da un bel po’ di tempo: “In genere chi racconta una storia, la racconta senza fronzoli, il che è meno complicato. Ma è anche molto meno interessante”. Credo che la differenza tra descrivere e raccontare sia cercare il valore in quello che solitamente viene considerato ‘fronzolo’, spesso questi particolari sorreggono i percorsi della propria vita, umani e professionali. Esiste un modo di viaggiare che è andare dal punto A al punto B, io normalmente vado dal punto A al punto B ma faccio ‘ballare gli occhi’, osservo quello che c’è tra i due punti e poi lo racconto, anche solo con me stesso. No, non sono matto. Per ora.
Così dovrebbe essere per ognuno di noi, lo storytelling è la narrazione di una avventura. Il quotidiano diventa quindi una vera e propria impresa con eroi, maghi, esseri malvagi, draghi… (non fate finta di niente, ad ognuna delle immagini avete associato colleghi, parenti, clienti…vero?)

Perché storytelling?
Scientificamente esiste una parte del cervello che si chiama Insula: quando ascoltiamo un racconto, questa zona cerebrale recupera le sensazioni che abbiamo provato in una situazione simile e le riporta al nostro corpo, stimolando disgusto, piacere, empatia, commozione ecc… quindi diventa molto più semplice comunicare i concetti. Un po’ meno scientificamente, ho frequentato per parecchi anni i salesiani e le ‘estate ragazzi’ (ora GREST, Campi Scuola e altre derivazioni…) e mi sono lasciato letteralmente catturare dalla capacità di comunicare concetti profondi come la fede, l’amore incondizionato, la conoscenza di sè, ecc… utilizzando storie e racconti che provengono dall’universo narrativo (la storia infinita, Momo, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, La collina dei conigli). Più avanti ho provato a utilizzare le immagini, le allegorie, i racconti per preparare presentazioni all’università e oggi mi piace anche usare le immagini evocative di alcune storie per realizzare presentazioni in ambito tecnico con alcuni clienti. E, funziona…spesso provocano un sorriso, rimangono più vive nei ricordi e tengono sveglio l’audience!

Vantaggi svantaggi?
Tra i vantaggi c’è sicuramente il fatto che le storie, i racconti interessanti si ricordano più a lungo delle spiegazioni (anche ben costruite) e soprattutto, rimangono impresse meglio. Il nome del capo degli spartani che affrontò Serse alle Termopili me lo ricordo meglio ora, dopo aver visto 300 che quando lo studiai anni fa. Come? Non è un esempio educativo? beh, lo so, però che potenza ha quel tipo di racconto rispetto al mio professore di storia (noioso come un termosifone grigio). Se ben strutturato, il racconto ha il vantaggio di rendere le cose più interessanti, fruibili, memorabili perchè, ne sono convinto: ‘ogni cosa è illuminata’.
Mi metto un attimo il cappello da communication manager per le imprese. Fatto. Uno svantaggio potrebbe essere che in un periodo così di crisi, narrare la storia della propria impresa potrebbe avere ritorni solo a lungo termine e quindi non tutti gli imprenditori considerano lo storytelling come qualcosa di importante per la propria attività, ma sinceramente credo sia un errore. Conoscere e saper raccontare da dove vieni è fondamenteale per capire dove andare.

Ah, il capo degli spartani si chiamava Leonida.

Consigli per uno storytelling efficace
Oltre a leggere e seguire alcune persone che vi metterò nella prossima domanda, la narrazione presuppone il conflitto e il cambiamento. Dei due quello che in assoluto preferisco è il cambiamento, raccontare storie efficaci è narrare i cambiamenti, le aperture, i nuovi orizzonti, le crescite, i miglioramenti.
La nostra storia acquista poi maggiore forza quando il cambiamento è associato ad un conflitto, quando consegue ad una sfida che viene superata con sacrificio, sofferenza ma dalla quale sempre si esce con qualcosa che fa la differenza.

Da chi imparare per fare storytelling top?
Andrea Fontana pioniere della narrazione di impresa in Italia e mio mentore in questo cammino

Diego Perrone, che avrò modo di intervistare prossimamente sul mio blog oppure il suo web magazine 

Osservatorio di Corporate Storytelling
di cui faccio parte e che racchiude una serie di studiosi, appassionati e professionisti

Max Giovagnoli (Transmedia)
se volete approfondire questa interessante diramazione della narrazione, che si chiama Transmedia (alla quale mi sto appassionando tantissimo, anzi, di più…)
E parecchie altre figure di spicco che frequentano la mia rete nel gruppo ‘il camaleonte’